e sfide che il mondo si trova di fronte sono titaniche: impedire che la temperatura si alzi ulteriormente, con tutte le conseguenze che porterebbe con sé; fare in modo che l’innovazione tecnologica non si trasformi in nemica del lavoro, costringendoci a una società post-lavoro che ancora non abbiamo iniziato a immaginare; riuscire a sviluppare le smart cities del futuro, senza dimenticare tutte le realtà locali, che oggi rischiano di essere abbandonate, ed evitando che queste metropoli globali diventino inaccessibili ad ampi strati di popolazione. E ancora: la diffusione delle energie rinnovabili in tutto il mondo, la creazione di un turismo sostenibile, la messa a frutto delle potenzialità dell’economia circolare e molto altro ancora.

Tanti temi diversi, tutti richiamati dall’Agenda dell’ONU che fissa gli obiettivi da raggiungere entro il 2030. Energia, clima, consumo, lavoro e città: cinque punti cruciali – che abbiamo affrontato grazie ai contributi di altrettanti esperti di fama internazionale – strettamente correlati tra loro.

Perché l’unico modo per trovare la via per lo sviluppo sostenibile è quello di informarsi e agire, progettare una strategia, un’unica visione d’insieme per il benessere del nostro pianeta e dei suoi abitanti.

Parole di Andrea Daniele Signorelli
Illustrazioni di Alberto D’Asaro

Fa sempre più caldo, tanto. Leggendo articoli sul tema si scopre che l’energia è la principale responsabile del cambiamento climatico e rappresenta circa il 60% delle emissioni di gas serra globali. Realisticamente, quanto si può diminuire nel giro di 12 anni e, praticamente, come?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Sono diversi i fronti su cui bisogna agire: a livello globale, la produzione di energia – soprattutto nei Paesi in via di sviluppo – è ancora fortemente legata a fonti inquinanti come carbone e oli combustibili. Ingenti investimenti sono stati fatti in Cina sulle energie rinnovabili, ma anche in Paesi esportatori di petrolio come gli Emirati e l’Arabia Saudita, che stanno già predisponendo le loro economie per l’era “post-fossili”. Il cambiamento sarà possibile nel breve periodo solo se nazioni e mercati saranno convinti di ottenere dei benefici dalla transizione.

In Italia, il sistema elettrico dovrebbe raggiungere un assetto “green”, basato su nuove rinnovabili e sul consolidamento degli impianti a gas metano, che insieme possono garantire sicurezza e performance ambientali adeguate.

Il nuovo mercato elettrico non potrà prescindere da incentivi sostenibili, ma non distorsivi, e da meccanismi di valorizzazione della capacità produttiva messa a disposizione del sistema e della relativa flessibilità. La maggiore valorizzazione dell’energie provenienti dall’economia circolare, tramite la cogenerazione e l’impiego di biocombustibili a partire da risorse di scarto rinnovabili e locali, potrebbero fare un’ulteriore differenza. In generale, è essenziale sviluppare il teleriscaldamento e il teleraffrescamento ad alta efficienza nelle città, privilegiando l’impiego di fonti rinnovabili, il recupero del calore cogenerato e di scarto, e assicurando un contributo positivo alla qualità dell’aria nelle città.

È inoltre fondamentale promuovere l’efficienza energetica (estensione LED su illuminazione pubblica, iniziative di efficienza in ambito industriale e residenziale) e l’uso di fonti rinnovabili negli usi finali. Fare previsioni su quanto realisticamente le emissioni legate a produzione e consumo di energia potranno ridursi è complesso.

Anche per un economista con la passione per le analisi quantitative come me, spingersi in una previsione del genere potrebbe risultare temerario. Nel caso italiano, come noto, il forte accento posto sul tema dell’aumento della generazione di energia da fonti rinnovabili ha portato risultati quantomeno incoraggianti. Il tema della generazione, oltre che dei consumi, è prioritario per delineare una strategia efficace per la riduzione delle emissioni. In quest’ambito le sfide tecnologiche maggiori riguardano la capacità di accumulazione e conservazione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Innovazioni tecnologiche in questo settore avrebbero l’effetto di favorire un riorientamento del mix verso una generazione maggiormente “green”.

Tre miliardi di persone, ancora oggi, dipendono da legno, carbone, carbonella o concime animale per cucinare e riscaldarsi. Una situazione che crea un grosso ostacolo all’obiettivo dell’ONU di aumentare considerevolmente la quota globale di rinnovabili nel giro di dieci anni. Possono avere un ruolo in tutto questo anche le cosiddette tecnologie avanzate e pulite di combustibili fossili? E in che modo possono dotarsi di adeguate infrastrutture i Paesi meno sviluppati?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Per quei Paesi e quelle persone che ancora trovano nelle biomasse o in fonti rudimentali l’unica risorsa energetica per gli usi più disparati dovremo parlare di una nuova idea di sviluppo, che non passi per i combustibili fossili, come invece è successo nei Paesi avanzati. È evidente che stiamo parlando di una delle più grandi sfide globali, che tocca il tema dello sviluppo e dell’energia: il cambiamento climatico. È altrettanto evidente che la soluzione non può che passare dalla competitività delle fonti pulite rispetto alle fossili.

Nel ricercare un equilibrio globale in termini di emissioni di gas serra è importante ricordare come i Paesi emergenti saranno (e sono già) caratterizzati da modelli di crescita ad alto contributo energetico. In questa prospettiva, come ricordato anche da Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato Sii”, va sottolineato come le economie avanzate abbiano un “debito ecologico” rispetto ai Paesi in via di sviluppo. Questo significa che, nel ricercare un equilibrio sostenibile a livello globale, è auspicabile che i Paesi avanzati facciano uno sforzo più che proporzionale rispetto a quelli emergenti, al fine di compensare le emissioni di questi ultimi che sono necessarie per progredire nel processo di industrializzazione delle loro economie.

Si è studiato che un terzo del cibo prodotto – 1,3 miliardi di tonnellate – finisce in spazzatura. E ancora, i veicoli privati in circolazione continuano ad aumentare e il traffico aereo mondiale è triplicato nel giro di pochi anni. In questo scenario, parlare di consumo e produzione responsabile è davvero difficile. Allora mi chiedo: come si possono ridurre gli sprechi e che ruolo possono avere l’economia circolare e la sharing economy sul tema?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

La riduzione dello spreco, non solo quello alimentare, passa in gran parte attraverso un'ottimizzazione del rapporto offerta/domanda, che può venire anche grazie alle nuove tecnologie, soprattutto digitali. Da una parte, infatti, occorre produrre solo ciò che viene venduto; e non c’è dubbio che l’uso sempre più massiccio di queste tecnologie possa contribuire al superamento del concetto di magazzino, anche in agricoltura. Dall’altra, occorre acquistare solo ciò che serve, e su questo un ruolo decisivo lo può svolgere la sensibilizzazione dei cittadini da parte dello Stato, al di là dei disincentivi che potrebbero essere intelligentemente istituiti, per esempio sulla produzione di rifiuti.

Certamente le innovazioni tecnologiche ed economiche sono elementi importanti, ma sono scettico sulla nostra capacità di transitare verso una vera economia circolare. Penso che il modo migliore di perseguire questo obiettivo sia quello di dedicarsi a una crescita economica che sia scollegata dallo sfruttamento delle risorse e dall'impatto ambientale. Un'economia in crescita non significa per forza la produzione di prodotti che richiedono l'utilizzo di sempre più risorse. Ci sono molte opportunità di crescita nei beni digitali e nei servizi a basso impatto. Per fare un esempio, nel futuro la realtà virtuale potrebbe offrire opportunità per il consumo di “beni” che avranno ben poco impatto sulla ecosfera; sempre che, ovviamente, si continui sul percorso che porta alla produzione di energia pulita e che si facciano ulteriori progressi in aree come, per esempio, il riciclaggio.

Per quanto riguarda il traffico e l’inquinamento, penso che sia responsabilità dei governi adottare politiche incisive, anche se vengono osteggiate; perché ormai è evidente che gli incentivi di tipo culturale non bastano. Nelle città, per esempio, non è sufficiente puntare sul trasporto pubblico: è necessario creare una vera rete di piste ciclabili, realmente funzionante, che incentivi e renda veloce spostarsi in bicicletta. Al di fuori delle città, credo che la prospettiva più interessante sia quella dei treni ad alta velocità; che però richiedono investimenti molto alti, che fanno salire i prezzi e non li rendono concorrenziali rispetto all’aereo. È una spirale dalla quale bisogna uscire, facendo investimenti sul lungo periodo e investendo sulle infrastrutture. È l’unica strada per creare una mobilità che sia davvero sostenibile.

Questi temi riguardano soprattutto i Paesi avanzati; perché spesso in quelli in via di sviluppo mancano anche le tecnologie necessarie a fare progressi sostanziali. Non solo: nelle nazioni meno sviluppate le persone continuano ad aumentare, rendendo l’obiettivo dell’ONU di porre fine alla fame in contraddizione con quello di ridurre le emissioni di gas serra, che per il 22% sono causate dal settore alimentare. Ci troviamo di fronte a un vicolo cieco?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Lo stile di alimentazione dei Paesi sviluppati deve essere rivisto, partendo dalle giovani generazioni; perché la possibilità di porre fine alla fame nel mondo passa anche da una ridistribuzione delle risorse alimentari. Dal momento che sempre più persone – quasi 5 miliardi nel 2030 – vivranno nelle città, consumando cibi che saranno prodotti nelle aree agricole, sarà fondamentale riuscire a tutelarle e valorizzarle. Le nuove tecnologie potranno aiutare sensibilmente anche la produttività agricola, così come potranno fare delle politiche internazionali opportune e l’attenzione rivolta anche ai piccoli produttori, con risorse finanziarie, strumenti e formazione.

Tutto è connesso e sistemico, e la lotta al cambiamento climatico porterà benefici in termini di salvaguardia della produzione agricola, minata oggi sempre più da siccità, inondazioni e condizioni meteorologiche estreme. Nella realtà dei Paesi sviluppati, combattere lo spreco alimentare è sicuramente un altro obiettivo importante. In una città come Milano, la lotta allo spreco passa anche dal recupero del cibo invenduto nei mercati scoperti, nella grande distribuzione e nella ristorazione collettiva, coinvolgendo gli attori più significativi. Anche qui, le tecnologie informatiche possono aiutarci ad avvicinare domanda e offerta di cibo, evitando di preparare cibi che non saranno consumati o ridistribuendo velocemente gli alimenti non consumati.

È una questione di priorità. Credo che nessuno voglia anteporre il cambiamento climatico alla fame nel mondo tra i problemi da risolvere con la massima urgenza, ma è anche vero che il primo avrebbe sicuramente degli impatti negativi sul secondo (anche se non possiamo escludere ricadute positive in altre aree). Per ridurre le emissioni di origine agricola e, in generale, per mitigare l’impatto dell’agricoltura sull’ambiente, c’è una sola soluzione: attribuire correttamente tutti i costi, compresi quelli esterni. Se ciò arriverà a modificare la dieta nei Paesi sviluppati, non c’è comunque da spaventarsi: l’alimentazione più sana è solitamente associata a produzioni meno inquinanti e avremmo, dunque, un beneficio extra in termini di salute pubblica.

C’è davvero la volontà politica di portare veri e significativi cambiamenti, anche alla luce della retromarcia sugli accordi di Parigi di un paese cruciale come Gli Stati Uniti?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Spero proprio di sì e credo che l'attitudine pubblica degli USA alla fine cambierà. Purtroppo le forze che si coalizzano contro i progressi nella lotta al cambiamento climatico sono sempre molto solerti a spiegare che ogni passo in direzione di produzione e consumi più sostenibili può provocare una perdita di posti di lavoro. In una situazione in cui i lavori stanno sparendo a causa della tecnologia, questi argomenti saranno sempre più efficaci. Di conseguenza, mi schiero fortemente dalla parte di una strategia olistica, che prenda in considerazione sia i trend tecnologici, come l'intelligenza artificiale e la robotica, sia il bisogno di affrontare i cambiamenti climatici.

Non dimentichiamoci, però, che non è il solo settore energetico il responsabile delle emissioni di gas serra originate dalle attività umane, e che le emissioni antropiche sono solo una parte del totale. Siamo, in pratica, un ex granello di sabbia che è diventato un grosso sasso nell’ingranaggio. Stiamo intaccando un particolare equilibrio dell’ecosistema, quello della composizione chimica dell’atmosfera; con il vantaggio, però, di averne coscienza e di poter quindi cambiare i nostri comportamenti. Se sono consapevole di sbagliare, posso modificare il mio modo di agire. Questi cambiamenti, o almeno i più importanti, li conosciamo già molto bene: vanno dal preferire il trasporto pubblico sul mezzo privato, al gestire le temperature nelle stanze della nostra casa, fino al chiudere le porte dei negozi d’estate e d’inverno. Anche le piccole azioni, dunque, se compiute da tutti, producono effetti a livello macro. Che siano guidate da stimoli economici o dalla semplice consapevolezza non ha importanza. In ogni caso, occorre impegnarsi per creare i giusti segnali e per spronare ciascuno verso una nuova sensibilità.

Inoltre, i progressi che stiamo vedendo nella produzione di energia pulita – specialmente nel campo del solare – e nelle tecnologie per lo stoccaggio energetico offrono ragioni di essere ottimisti. Non possiamo però ignorare il fatto che, come dimostrano gli eventi cataclismatici, stiamo scivolando molto rapidamente verso il precipizio e dobbiamo fare enormi progressi nei prossimi decenni.

Per questa ragione, penso che dobbiamo anche prepararci all’eventualità che le cose non vadano per il verso giusto e iniziare a fare investimenti significativi nell’adattamento a un clima che cambia. Per esempio, penso che dovremmo iniziare a prendere almeno in considerazione alcune approcci controversi, un po' da ultima spiaggia, come per esempio la geoingegneria.

Si è parlato di salvaguardia degli individui e della collettività: l’agenda 2030 ci richiama a perseguire una strategia “integrale” di sviluppo, mantenendo una stretta interdipendenza tra dimensione sociale, economica e ambientale. Nessuna strategia, nessuna policy, nessun singolo intervento che non sappia affrontare congiuntamente questi temi potrà essere efficace per raggiungere un processo di sviluppo sostenibile per il prossimo futuro.

Dal punto di vista della progettazione di smart cities, l’agenda dell’ONU sembra voler davvero guardare al futuro, puntando alla creazione di aree urbane caratterizzate da trasporti sicuri e sostenibili, cittadini che – attraverso la tecnologia – contribuiscano alla pianificazione, da una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse e molto altro ancora. In pratica, quali sono i passaggi da compiere per arrivare alla creazione di comunità sostenibili e quali sono i vantaggi più evidenti?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Il concetto stesso di smart city si basa sull’inclusione dei cittadini nelle decisioni e nelle attività che rendono una città più vivibile e sostenibile.
Pensiamo alla mobilità: auto elettriche, meno inquinanti, che in chiave sharing permettono di ridurre traffico, consumi e spazi. Anche l’utilizzo del biometano derivante da scarti prodotti in loco può essere un’interessante opzione per l’ambiente.

In ogni caso la condivisione e gestione delle informazioni su clima, aria, traffico, energia, sicurezza rilevate da sensori dislocati sul territorio, in base alla tecnologia IoT (Internet of Things) può rivoluzionare le nostre abitudini, rendendo il controllo del territorio effettivo, l’azione delle istituzioni, delle imprese e dei cittadini più consapevole e i servizi pubblici più efficienti. Un semplice esempio: oggi siamo in grado, applicando dei semplici sensori ai cestini dei rifiuti, di rilevare il reale bisogno di svuotamento e quindi di ottimizzare i percorsi dei mezzi di raccolta e ridurre l’inquinamento. Aggiungiamo che certe tecnologie oggi sono estremamente diffuse, nel mondo sono più coloro che posseggono un cellulare di coloro che dispongono di una toilette.

Per rendere smart le città è necessario, in primis, accrescere la resilienza e il grado di affidabilità delle reti mediante l’incremento degli investimenti per l’innovazione tecnologica nelle infrastrutture e nei sistemi di gestione. Le reti stesse devono diventare dei fattori abilitanti per la diffusione delle tecnologie smart.

Le innovazioni nel campo dell’intelligenza artificiale, della robotica e, come già detto, dell’Internet of Things giocheranno un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. La AI (intelligenza artificiale) sarà anche un driver fondamentale per migliorare la ricerca scientifica e l’innovazione in queste aree, oltre ad aver grosse opportunità anche in termini di partecipazione.

La partecipazione è sicuramente un modo per migliorare l’efficienza ma anche la coscienza civica delle persone; se vieni preso in considerazione dalle istituzioni avverti di più l’importanza del tuo ruolo e questo può anche generare un ritorno del senso delle istituzioni, in netto calo.
Ci vedo però due pericoli: le piattaforme per le smart cities vengono fornite dai privati, e quando un cittadino utilizza una piattaforma necessariamente genera delle briciole digitali, ovvero i dati personali. Il rischio è che il vero fine diventi la raccolta di informazioni sui cittadini, generando importanti problemi di privacy.

Ovviamente, ci sono anche molti lati positivi in termini di efficienza, pulizia e non solo. Ma bisogna capire qual è il prezzo da pagare. Non possiamo ignorare il fatto che, oggi, città come Londra o Parigi possono essere vissute davvero solo dalle classi medio/alte. Se facciamo politiche per le smart cities, incentrate sui centri urbani, rischiamo di creare una polarizzazione territoriale molto forte. A Londra, tutti i lavoratori che lavorano per i servizi essenziali dei londinesi – insegnanti, poliziotti, infermieri – non possono permettersi di vivere nella città.
Al di là degli aspetti più innovativi, oggi le priorità per le città riguardano la necessità di ricreare i “legami urbani”, migliorare la qualità dell’aria, ridurre gli sprechi, aumentare l’efficienza delle risorse. Oltre a questo, alcuni degli imperativi sottolineati dall’ONU fanno riferimento alla possibilità di garantire a tutti alloggi adeguati e riqualificare i quartieri poveri. Obiettivi titanici se si pensa che ancora oggi, nel mondo, 828 milioni di persone vivono nelle baraccopoli. È una missione impossibile?

Per quanto riguarda i quartieri più degradati e le baraccopoli penso che la strada da seguire sia quella dell’empowerment delle comunità, vale a dire fornire alle comunità stesse – che in quegli ambienti vivono – le risorse necessarie affinché possano lavorare e migliorare la situazione dall’interno. Bisogna uscire dall’ottica delle case popolari e pensare più a forme simili all’edilizia sociale, che consente anche alla classe media di acquistare abitazioni a un prezzo molto calmierato.

Negli ultimi anni, però, è cresciuta molto la consapevolezza di quanto sia importante creare modelli di crescita che sappiano coniugare innovazione tecnologica, produttività e riduzione del consumo di risorse naturali.
Nel caso italiano le politiche Industria 4.0, Agenda digitale e Banda Larga vanno tutte in questa direzione ma vanno rafforzate ed armonizzate al fine di creare quelle esternalità positive che permettano un reale cambio di passo. L’innovazione tecnologica, per esempio, già oggi permette di ottimizzare i processi produttivi al fine di gestire il ciclo dei rifiuti in maniera redditizia, attraverso la valorizzazione della fine vita di ciascun prodotto con la raccolta, la scomposizione e il recupero dei materiali; in modo che possano essere rigenerati e riutilizzati in nuovi cicli produttivi.

L’ONU punta alla piena occupazione, intanto però il tasso di disoccupazione globale sta salendo, mentre nel mondo si fa largo il timore che l’innovazione tecnologica sottragga una marea di lavori. Come possiamo affrontare i timori di una disoccupazione di massa?

ANDREA DANIELE SIGNORELLI

Lo sviluppo tecnologico sta determinando enormi cambiamenti nella società. La robotica e l’intelligenza artificiale aumenteranno la produttività e rivoluzioneranno il modo di lavorare. Se da un lato è vero che molte professioni stanno scomparendo, è altrettanto vero che ne nascono di nuove che necessitano di nuove conoscenze e competenze.
L’impatto sull’occupazione dipenderà quindi dai settori e dai territori e da come questi saranno in grado sia di sviluppare il proprio capitale umano, sia di creare un mercato del lavoro che sia in linea con l’avanzamento della tecnologia e con le esigenze delle imprese.

Guardando il lato positivo, la tecnologia è amica del lavoro quando consente di far esprimere maggiori potenzialità alle risorse umane, liberandole da mansioni ripetitive e alienanti e di diffondere un’economia della conoscenza. Promuovere soluzioni innovative per attrarre e mantenere talenti è fondamentale in una società in cui la conciliazione vita-lavoro è diventato uno degli elementi chiave di scelta nei millennials. Soluzioni come lo smart working (il lavoro da casa) potranno dare risposte in questo senso, aumentando il benessere collettivo e individuale, migliorando anche l’ambiente.

Personalmente, temo che l'obiettivo della piena occupazione entro il 2030 possa non essere realistico. Il focus primario del mio lavoro è stato proprio quello di sottolineare l'enorme numero di lavori che saranno automatizzati nei prossimi decenni. Alla fine, questo numero includerà quasi ogni lavoro o compito basato sulla routine e abbraccerà quasi tutte le occupazioni. Il lavoro più operativo in aree come il commercio, i fast food, i magazzini, ecc. sarà sicuramente colpito. Lo stesso, però, avverrà anche per lavori che richiedono un maggiore livello di competenze. Per esempio, qualunque lavoro che riguarda lo stare davanti a un computer e manipolare informazioni in qualche forma prevedibile, inclusa la stesura di report o altro, potrebbe benissimo venire automatizzato in un futuro non troppo distante.
Di conseguenza, penso che si debba trovare il modo migliore per adattarsi a un futuro in cui ci saranno comunque meno lavori.

È evidente che vanno date delle risposte da parte delle istituzioni al problema della povertà assoluta e relativa, che in particolare in Italia è in crescita. Un sostegno economico è fondamentale, ma vanno preferite delle formule che colleghino l’erogazione monetaria a un'attivazione della persona, per esempio con la formazione, il volontariato o altre iniziative che aiutino l’inserimento nel mondo del lavoro e nella società. Infine anche il privato può dare risposte importanti. A2A, per esempio, con le sue Fondazioni ha creato Banco dell’Energia, una onlus dedicata a combattere nel nostro territorio il problema delle nuove povertà. In collaborazione con Fondazione Cariplo, raccoglie fondi in modo innovativo, anche attraverso le bollette, coinvolgendo tutti gli stakeholder dell’azienda: clienti, dipendenti, fornitori, associazioni.

Sarà essenziale inoltre adeguare rapidamente, anche grazie all’aiuto delle tecnologie, la formazione dei lavoratori per allinearla alle nuove esigenze del mercato del lavoro e renderla permanente, perché il cambiamento è troppo veloce. I ragazzi che oggi stanno studiando, probabilmente da grandi faranno lavori che adesso nemmeno esistono.

E infine, un tema cruciale è quello di riuscire a scollegare la crescita economica dalla degradazione ambientale (due cose che, in effetti, sono sempre andate di pari passo). Al di là delle energie pulite, come si può raggiungere un obiettivo del genere? Un discorso simile, tra l’altro, vale anche per il turismo, che è una voce fondamentale per aiutare lo sviluppo di alcune economie arretrate, ma troppo spesso porta a snaturare le caratteristiche di una località.

L’evidenza ci insegna che in molti casi, raggiunta una certa soglia di ricchezza, il degrado ambientale inizia a decrescere grazie all’innovazione tecnologica e alla maggiore domanda di qualità ambientale da parte dei cittadini. Ora, il problema è proprio che la maggioranza della popolazione mondiale è ben lontana dal raggiungere questa soglia e quindi – se vogliamo davvero porre fine alla fame nel mondo – siamo destinati a spingere il peggioramento delle matrici ambientali fino a livelli mai visti. Ma dobbiamo essere fiduciosi: dobbiamo pensare che ogni tecnologia attuale può essere sostituita con una nuova, più efficiente dal punto di vista ambientale. Solo la creazione di una forte coscienza della problematica attraverso lo sviluppo culturale, però, può far sì che il potere divenga volere.

L’economia circolare potrebbe essere in grado di disinnescare il conflitto tra crescita economica e degradazione ambientale, perché impone un mutamento del mindset della progettazione di ogni prodotto, in un’ottica di circolarità e con minori consumi. Questo sia nella produzione, che sta a monte, sia a valle, con il riciclo e il riuso. In sostanza, bisogna evitare che tutto ciò che può avere ancora utilità e valore finisca in discarica.

È un processo che porta a un ambiente migliore, ma anche nuovi posti di lavoro. Il ruolo delle utility in questo ambito è fondamentale sia per orientare i comportamenti dei cittadini, favorendo riuso e riciclo, sia nel mettere in campo le migliori tecnologie per il recupero di materia e energia. L’Italia ha già fatto negli anni un buon percorso nel riciclo e può sfruttare le potenzialità dell’economia circolare come antidoto alla crisi economica, sia perché siamo particolarmente carenti di materie prime sia perché il nostro territorio, salvaguardato da alcuni scempi ambientali, può diventare ancora più bello e appetibile per il turismo sostenibile.

Il turismo è infatti un elemento molto importante, anche perché – pensando ai Paesi in via di sviluppo – immette dei flussi globali che sono ormai indispensabili. È molto difficile capire come creare un turismo che non snaturi gli elementi stessi che l’hanno generato in primo luogo. Un ruolo importante lo possono svolgere le comunità locali, gli operatori culturali, magari anche gli artisti del posto; oltre ovviamente alle reti internazionali di turismo sostenibile. Tutti elementi che non hanno interesse a snaturare né la cultura, né la società locale e, anzi, hanno il vantaggio di inserire il contesto locale in un mercato più ampio e, di conseguenza, esibirlo di fronte a più acquirenti. Il problema è che questi elementi non smuovono chissà quali capitali, a differenza del resort che attrae le upper class mondiali. In confronto, lavorare con gli artisti affinché siano una cinghia di trasmissione tra l’Occidente e le culture locali porta solo briciole, a livello economico.

Come abbiamo visto, le sfide disegnate dall’ONU sono tanto importanti da affrontare quanto complesse da risolvere.
Dal turismo alle città, dall’energia al lavoro, fino alla questione cruciale del cambiamento climatico. Tutto è collegato e ogni aspetto ha ricadute positive o negative sugli altri.
Per questo è fondamentale lavorare di concerto, mettendo in rete conoscenze diverse che possano costruire un percorso unico e una strategia di lungo termine, che ci conduca a un mondo più giusto, più pulito e più sostenibile.
Il tempo, però, stringe: il 2030 sembra un orizzonte ancora lontano e futuribile, ma diventerà presente in un lampo.
È giunto il momento, davvero, di rimboccarsi le maniche.

Parole di Andrea Daniele Signorelli
Illustrazioni di Alberto D’Asaro

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